La cultura partenopea affonda le sue radici nella tolleranza, nell’interazione e nella commistione, nascendo dai continui scambi con i Sud del mondo. Gesti, suoni, colori, oggetti e simboli attraversano il mare, rimbalzano, riecheggiano, trovando nuove collocazioni e reinterpretazioni. Da questa essenza prende vita Il canto delle mani, una coreografia in cui contaminazioni, connessioni e sovrapposizioni convivono nel medesimo spazio-tempo. Ritmi e immagini si alternano e si trasformano, componendo una narrazione non logica ma analogica. Moduli coreutici si intrecciano e si rincorrono, creando una trama scenica che fonde simboli arcaici e rituali con un linguaggio coreografico contemporaneo.
Come scrive Pasquale Scialò in Venti voci per un lessico: “C’è chi canta col cuore, chi con la testa, chi con i piedi, chi con il corpo, chi magari con le sole mani.”
E c’è chi danza col cuore, chi con la mente, chi con i piedi, chi con il corpo, e chi, forse, con le sole mani.